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Mandi Ignazio

La Sezione > Articoli > 2008

Mandi Ignazio
"Il primo ricordo, è di qualche tempo fa, a Cregnedul: un omone ruspido, che spillava la birra e ammanniva polenta e frico. Un omone che non poteva essere lui, perché le icone non scendono dagli altari della memoria privata (tanto più alti dei quelli della popolarità mediatica), e se mai lo fanno dev'essere per ostentare la propria gloria, non per servire ai tavoli.
E invece era proprio lui. Ignazio Piussi.
Il secondo e ultimo ricordo non è personale, ma una testimonianza di Roberto Sorgato, compagno di cordata e sodale di una vita. Il settantatreenne Ignazio asciugato dal male ma ancora ferocemente diritto nella sedia a rotelle sui tornanti della strada di Nevea, a sorvegliare i lavori di miglioria alla malga e a far progetti. A inizio giugno, poco prima del ricovero in ospedale e della scomparsa, nello stesso giorno dell'anno in cui è morto Ernesto Lomasti. Stelutis gliela canteranno a tutti e due, ora, al vecchio e al ragazzo.
Mandi, Ignazio. Come dice Roberto Mazzilis, con te se ne va qualcosa di grande e di nobile. Grazie per la storia, che hai saputo raccontare così bene ? nel senso della sincerità e della chiarezza - e che così bene Nereo Zeper ha saputo restituire in "Ladro di montagne".
La storia di un alpinista che negli anni d'oro è stato il più forte in Italia (sono giudizi di Cassarà e Messner), ma anche di un uomo profondamente radicato nella sua terra attraverso il lavoro in bosco e in miniera, nel bracconaggio e nel lavoro con il soccorso alpino nella Gehenna del Vajont.
Nel 1935 Raccolana è la "valle dei magri", dove il sole marca visita da novembre a febbraio, e dove tre stretti pastini strappati al monte bastano a creare il toponimo "Piani". Il 22 aprile, a Pezzeit, ailla prole di Giuseppe e Verginia Piussi (sei, più due morti bambini), si aggiungono Ignazio e Libera. La nascita è salutata con una battuta realistica più che cinica: «Mi è muarte la cjare, mi é crepât il purcel, e cumò mi nassin doi gìmui».
Ignazio conosce subito il destino dei ragazzi del posto: a lavorare, prima dietro le pecore, poi, più grande, nei boschi. Però guarda alle cime. Lo chiamano in alto l'innata vocazione per la caccia, e anche il dna del bisnonno, il vecchio Pucich, tra le prime guide del posto, e del prozio Osvaldo Pesamosca, uno dei fedelissimi di Kugy.
In piena guerra la famiglia si trasferisce a Tarvisio, in una fattoria liberata dalle "opzioni" di Mussolini e Hitler. E' un miglioramento economico, ma appena può il piccolo Ignazio torna in Raccolana, perché gli mancano i monti
Quando è più grande, comincia fare sul serio. A diciannove anni, sulla parete Nord del piccolo Mangart di Coritenza, una scarica di pietre si porta via viveri, maglioni, sacco a pelo e gli frattura un dito. Lui continua a salire, da primo, ed esce in vetta dopo un gelido bivacco in staffa.
Poco tempo dopo cade planando dal trampolino da sci, e finisce in coma. La spalla sinistra, gravemente lussata, non andrà più a posto, ma i problemi all'articolazione (che alle volte "uscirà" da sola), non saranno un limite per Ignazio, capace di aprire nuove vie con il quadricipite di una gamba intaccato da una scheggia, o con una mano maciullata.
Il Mangart, i pilastri orientale e occidentale della Véunza nord, lo spigolo Deye in solitaria, non hanno l'eco che meritano. Eppure Piussi è già oltre il 6°, e se ne accorge quando ripete per primo, e facilmente, la Lacedelli alla Scotoni, la via più ardua delle Alpi.
Gli Scoiattoli (questo lo assicurano i francesi) avevano scalpellato via qualche appiglio chiave, nell'attesa di un Bonatti o un Maestri che provassero la ripetizione, e magari ci si scornassero. Invece arriva lo sconosciuto furlàn, che passa, senza neanche la piramide umana prescritta, e dice che il Mangart è più duro. Così al cronista del giornale veneto non resta che rimettersi in tasca il taccuino: è il '55, l'anno prima Lacedelli ha glorificato la patria sul K2, e come si fa ad avallare una diminutio del genere?
A fine anni '50 Ignazio viene ingaggiato per don Libero Pelaschiar, prete e scalatore triestino, per far fare qualche salita in Lavaredo ai suoi ragazzi del campeggio di Federavecchia. E lui non si limita alle "normali": Spigolo Giallo, Preuss e Cassin alla Piccolissima («Non era male perché Don Libero mi pagava cinquemila lire al giorno più il mangiare, comunque tutto durava venti giorni e poi bisognava andare in bosco»).
Per mangiare, oltre che il boscaiolo Piussi fa il minatore. Intanto apre con Redaelli la superdirettissima alla Sud della Torre Trieste, e i chiodi a pressione provocano qualche polemica. Altre polemiche seguono la salita il tragico pilone del Frêney, con Desmaison e Julien (con il taxi dal Valcanale a Courmayeur pagato dai Tarvisiani, con una colletta, fatto unico nella storia dell'alpinismo). Su un terrazzino i tre si incontrano con Whillans, anche lui impegnato sul tratto finale della via, e rimasto senza materiale. Il britannico assicura di voler di fare cordata unica, così gli danno un po' di chiodi, per vedersi anticipati di brutto. Ma tutti riconoscono anche a Piussi la "prima". Nell'occasione Julien scrisse così di lui: ««L'uomo e l'alpinista più impressionante che abbia visto nella mia carriera. Personalmente lo giudico il più grande al mondo».
Nel '62 Ignazio vince il pilastro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza, l'anno dopo, assieme a Redaelli e Hiebeler, compie da capocordata la prima ripetizione invernale della Solleder-Lettenbauer, con sette bivacchi.
Segue il periodo dell'Eiger. Il maltempo lo respinge Piussi 17 volte sulla Nord. Nessuno ce l'ha fatta a salvare la pelle tante volte. Nessuno è ritornato da così in alto: quattro tentativi arrivati oltre il primo ghiacciaio, due oltre il secondo.
Nel 65, con Sorgato, e Mazeaud, attacca la Punta Tissi: una scarica di sassi sfonda il casco del francese e fracassa la mano a Ignazio. Tecnicamente la via è incompleta, perché la cordata deve obliquare a sinistra verso la Punta Civetta. Ma al momento dell'incidente le difficoltà più grosse erano già state superate.
Due anni dopo, l'ultima impresa dolomitica: lo spigolo NO della cima Su Alto, 800 metri, in parte artificiali.
Seguono le spedizioni extraeuropee: due volte in Himalaya, al Churen Himal, e al Lhotse (mancati, benché per la seconda cima si fosse mobilitato il fior fiore dell'alpinismo italiano, da Gogna a Messner), altre due in Antartide con un raid di tre settimane assieme a Marcello Manzoni, costellato da salite in solitaria. Se le difficoltà alpinistiche non sono rilevanti, le condizioni ambientali rendono l'impresa la più difficile in assoluto compiuta dallo scalatore friulano.
L'ultima impresa è del dicembre '75, l'invernale della Cengia degli Dei, che fallisce (ci riusciranno Meroi, Benet e Vuerich), poi Piussi si dedica, con esito non felice, ad attività imprenditoriali che lo staccano definitivamente dall'attività in montagna. Alla fine, il ritorno a Piani, e al posto di ristoro di Cregnedul, dove è rimasto sino all'ultimo."

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